Marò!

Spitzkoppe

Spitzkoppe (foto non mia)

Ho un mal d’Africa esagerato. faccio una fatica boia a riprendermi, e in effetti non mi voglio riprendere. Da quando sono tornata sono uscita solo per cinque minuti e mi sono subito rintanata dentro casa.

Questa città non mi piace, la gente non mi piace, la terra non mi piace. Non si vede la terra, non c’è più. Non ti impolveri i piedi, non senti l’odore di niente che sia sano, non c’è aria. Stamattina mi sono svegliata per un sogno forte, un sogno di pelle e di sensi. Ho aperto gli occhi e stava levandosi la luce.
Ma il silenzio… il silenzio intorno era di morte. Nemmeno un canarino, non un gallo, un insetto, niente. Ora solo macchine, e scarpe. Non siamo umani, non più.
Che cacchio ci piglia a tutti? Si può studiare meccanica quantistica anche a piedi nudi, perché non lo facciamo? Confondere l’inscatolamento osceno delle nostre vite con il progresso è follia.

Moro.

drawing on the dune

drawing on the Namib dune – October the 11th 2013

Ciao, in lingua Himba.
Sono tornata ma mica tanto. Dormo e non sono proprio tanto sicura di dove sono, né quando. Mi sembra abbastanza innaturale essere di casa a Roma. In Namibia, in mezzo agli alberi Mopani o tra le dune di Sossusvlei, stavo meglio.
Il rosso grasso delle donne Himba sulla mia pelle bianca diventa un fantastico fondo arancio, allegro assai, che avvolge tutto di un profumo di provola affumicata che levati. Fumo di fuoco, grasso di capre e di vacche, e punte di resina. Un odore primario, senza paura e senza tempo.

Sarà questo, la dilatazione del tempo – là – che adesso mi addossa la fatica di tornare.

Per ascoltare la voce della mia amica Himba, la ragazza che mi ha “adottato” per tutto il tempo della visita e non mi ha lasciato la mano un attimo… eccola (poi sentite la guida che ci spiega un po’ di cosette) http://aporee.org/maps/work/?loc=20172

il fuoco delle perle di vetro

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le mie perle “Namib” in vetro di Murano

La mia vita è un infinito viaggio, che io resti o che io vada poco importa.
Mi avvio – elettrica – per una terra lontana e del tutto sconosciuta, porto con me la voglia di trasformarla in perle di vetro, in gioielli, in suggestioni da portare sulla pelle, perché dalla pelle nascono.

l’arte di non essere i primi

Trofeo Tony Cerra 2013 - primo premio donne

Trofeo Tony Cerra 2013 – primo premio donne

Beati gli ultimi che saranno i primi, diceva quello. Io dico, meno retoricamente, beato chi alla classifica non pensa affatto.
Succede questo: da quanto ho iniziato a tirare con l’arco, o forse chissà già da quando ho iniziato a pasticciare pittosculture, mi sento zuppa di una serenità mai provata prima.
E’ solo dal tiro con l’arco che ho capito perché.
Una sorta di cappa zen mi avvolge, un “manto della pippa”* come nel miglior kung-fu-panda.
“E quindi?” – Dirà una voce stridula dal fondo.
Ebbene, si dà il caso che io sia stata sempre afflitta dal morbo della perfettina. Io che detesto la competizione, mi sono costretta a gareggiare in ogni circostanza contro un avversario invisibile. Ho vissuto per una sfinità di anni con un grillo parlante sottocutaneo, che incredibilmente aveva la voce di mamma, programmato a loop: non fai abbastanza, non sei abbastanza, non fai… Finché qualche mese fa deve essersi scaricata la pila atomica. Silenzio.
Vado per la prima volta al campo di tiro e, io che pensavo di avere l’arco nel dna, ho un’epifania. Mi cascano le frecce, a cinque metri non becco manco il giallo, non riesco a stare sui piedi: una pippa. Eppure… silenzio.
Mi do una shekerata, una botta potente, come a un televisore anni ’80. Niente. Nessun predicozzo, nessun germe di panico, nessun desiderio di mollare tutto e darmi alla macchia. Minchia. Stai a vede’ che el grillo l’è sciupà? E infatti.
Pioveva, ero alla fermata dell’autobus e piangevo di gioia.
“Sono una pippa, sono una pippa!” – Chiamai l’amica che quel corso di tiro mi regalò: “Monica, sono felice, è andata da schifo, sono la peggiore del corso! Non vedo l’ora di fare la prossima lezione!” Una liberazione, una autentica profondissima separazione da me. Dal peggio di me.

Ora so che è stato un processo lunghissimo, iniziato quindici anni fa e consolidato grazie ad un meraviglioso Genio di Uomo e Psichiatra che quando mi chiamava lo faceva dicendo “Pittrice!”.
Ma non lo avevo realizzato prima così chiaramente, forse perché mentre creo un quadro o un gioiello o disegno un mobile o una lampada, tutto sommato sono da sola e poi faccio qualcosa che è difficile da mettere su una scala di valore. A tirare con l’arco, invece, sei circondato… ti iscrivi ad una “compagnia”, ed è assai più semplice fare classifiche se vuoi giudicarti: o ci pigli o non ci pigli. La misura del risultato, come se da quello dipendesse l’identità. Non mi ero mai concessa il godimento del fallimento, la gioia del processo di crescita. Il giudizio del mio grillo parlante mi aveva sempre paralizzato, rendendomi ostili i passi incerti, impedendomi di giocare con gli altri e godermela anche sentendomi ultima. Ecco, dopo quindici anni qualcosa di profondo è cambiato. La voglia di imparare è reale ed è tutta per me, per la gioia di provare senza prediche né premi. Per il gusto di giocare.

Sabato scorso ho fatto la mia prima gara di tiro. Una amichevole, interna alla mia stessa compagnia. E’ stato emozionante anche perché era in notturna. Non vedevo le lucciole da tanti anni ed è stata la cosa più magica della serata. Ho giocato, serena, senza minimamente pensare alla classifica. Ho tirato leggera, e per la prima volta ho vinto una medaglia. Il giorno dopo invece ho tirato da schifo; è il bello di quello che ho imparato: ogni freccia è una nuova freccia, ogni tiro è diverso. Che sia un centro o che vada per campi, io non (mi) perdo.

*(leggi dell’imbranato)

le parole diventano immagini che tornano parole

Schermata 2013-04-13 a 20.11.04 Schermata 2013-04-13 a 20.11.52
Un nuovo piccolo pezzo in casa di Monica e Carlo, stavolta è un verso
Eu sou la continua evolucao (con gli accenti però)
Io sono la continua evoluzione, in Portoghese, l’incipit di una poesia che ho scritto tanti anni fa e che da mia è diventata di chi la sente.

rose senza tempo

2013-04-13 19.00.25
Stamattina mia madre si è voluta sentir dire per l’ennesima volta perché non accetto che lei venga a pulire la mia lasciateognisperanzaovoicheentrate casa.
E’ per lo stesso motivo per il quale io non ho un gatto e tu non hai nipoti, mamma. Lo stesso per il quale non ci sentiamo ogni giorno e nemmeno ogni tot. Per cui tu racconti a me le tue disavventure amorose, vuoi sapere i dettagli delle mie e ridiamo insieme delle nostre ferite. Lo stesso per cui sei capace di cambiare le vene, e di tirarmi su, in una mattina come quella di oggi, dicendomi “tu sei un’artista della vita”. Ecco perché, Mammutza amata, io non posso immaginarti qui a pulire il mio caos. Vieni, ci facciamo una delle nostre cene elementari, col vino migliore e il tuo sigaro a chiudere.

l’armadia è terminata!

Con l’arrivo e il montaggio di “onde” e “capelli”, finalmente, dopo oltre un anno dalla sua progettazione, “Mood river” (l’Armadia rigorosamente femmina creata per Monica e Carlo) è terminata!
Tra le particolarità di “Mood river” c’è che è asimmetrica, ossia il lato frontale è obliquo, non parallelo rispetto alla parte che appoggia al muro. In più, il grande “seme” rosso è girevole, acciocché la proprietaria Monica possa ruotarlo in funzione del suo umore e segnalare così a Carlo in modo inequivocabile se è una giornata sì o no.
Della serie: sto girata. 🙂

"Mood river"

“Mood river”

"Mood river"

“Mood river”

capelli

capelli