l’arte di non essere i primi

Trofeo Tony Cerra 2013 - primo premio donne

Trofeo Tony Cerra 2013 – primo premio donne

Beati gli ultimi che saranno i primi, diceva quello. Io dico, meno retoricamente, beato chi alla classifica non pensa affatto.
Succede questo: da quanto ho iniziato a tirare con l’arco, o forse chissà già da quando ho iniziato a pasticciare pittosculture, mi sento zuppa di una serenità mai provata prima.
E’ solo dal tiro con l’arco che ho capito perché.
Una sorta di cappa zen mi avvolge, un “manto della pippa”* come nel miglior kung-fu-panda.
“E quindi?” – Dirà una voce stridula dal fondo.
Ebbene, si dà il caso che io sia stata sempre afflitta dal morbo della perfettina. Io che detesto la competizione, mi sono costretta a gareggiare in ogni circostanza contro un avversario invisibile. Ho vissuto per una sfinità di anni con un grillo parlante sottocutaneo, che incredibilmente aveva la voce di mamma, programmato a loop: non fai abbastanza, non sei abbastanza, non fai… Finché qualche mese fa deve essersi scaricata la pila atomica. Silenzio.
Vado per la prima volta al campo di tiro e, io che pensavo di avere l’arco nel dna, ho un’epifania. Mi cascano le frecce, a cinque metri non becco manco il giallo, non riesco a stare sui piedi: una pippa. Eppure… silenzio.
Mi do una shekerata, una botta potente, come a un televisore anni ’80. Niente. Nessun predicozzo, nessun germe di panico, nessun desiderio di mollare tutto e darmi alla macchia. Minchia. Stai a vede’ che el grillo l’è sciupà? E infatti.
Pioveva, ero alla fermata dell’autobus e piangevo di gioia.
“Sono una pippa, sono una pippa!” – Chiamai l’amica che quel corso di tiro mi regalò: “Monica, sono felice, è andata da schifo, sono la peggiore del corso! Non vedo l’ora di fare la prossima lezione!” Una liberazione, una autentica profondissima separazione da me. Dal peggio di me.

Ora so che è stato un processo lunghissimo, iniziato quindici anni fa e consolidato grazie ad un meraviglioso Genio di Uomo e Psichiatra che quando mi chiamava lo faceva dicendo “Pittrice!”.
Ma non lo avevo realizzato prima così chiaramente, forse perché mentre creo un quadro o un gioiello o disegno un mobile o una lampada, tutto sommato sono da sola e poi faccio qualcosa che è difficile da mettere su una scala di valore. A tirare con l’arco, invece, sei circondato… ti iscrivi ad una “compagnia”, ed è assai più semplice fare classifiche se vuoi giudicarti: o ci pigli o non ci pigli. La misura del risultato, come se da quello dipendesse l’identità. Non mi ero mai concessa il godimento del fallimento, la gioia del processo di crescita. Il giudizio del mio grillo parlante mi aveva sempre paralizzato, rendendomi ostili i passi incerti, impedendomi di giocare con gli altri e godermela anche sentendomi ultima. Ecco, dopo quindici anni qualcosa di profondo è cambiato. La voglia di imparare è reale ed è tutta per me, per la gioia di provare senza prediche né premi. Per il gusto di giocare.

Sabato scorso ho fatto la mia prima gara di tiro. Una amichevole, interna alla mia stessa compagnia. E’ stato emozionante anche perché era in notturna. Non vedevo le lucciole da tanti anni ed è stata la cosa più magica della serata. Ho giocato, serena, senza minimamente pensare alla classifica. Ho tirato leggera, e per la prima volta ho vinto una medaglia. Il giorno dopo invece ho tirato da schifo; è il bello di quello che ho imparato: ogni freccia è una nuova freccia, ogni tiro è diverso. Che sia un centro o che vada per campi, io non (mi) perdo.

*(leggi dell’imbranato)

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